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9 Febbraio 2020

Editoriale 09-02-2020

L’area dei ricordi remoti è ormai avvolta nella nebbia della leggenda.

Frammenti di ricordi che assomigliano a vecchi spezzoni di film da cineteca emergono dalle brume della lontananza, quasi ovattate da quel leggero colorino di seppia e tu cerchi di ridargli un po’ di colore, cerchi di contestualizzare quello che era l’ambiente di allora…era il 1970…una pista di pattinaggio all’aperto, un piazzale deserto di fianco alle tribune del Foro Boario, la condivisione di serate di allenamento all’addiaccio, al freddo e al gelo, con un plotone di altri disperati imbacuccati con berretti di lana, maglioni girocollo e pancere fantozziane.

 Onesti padri di famiglia, impiegati, artigiani, studenti fuori corso, gente comune che invece di cadere nella tentazione dell’avventura extraconiugale, avevano avuto la sventura  di cedere alla passionaccia verso uno sport che stava nascendo proprio allora…la Pallamano!

Le prime partite di quegli anni mitici si svolgevano presso quel piazzale compreso fra la pista di Pattinaggio all’aperto (adesso occupata dalla Tenda) e la tribuna coperta del Foro Boario, in procinto di cambiare il nome in Parco NoviSad.

Più che partite erano autentici reality show, ma allora anche la televisione era ai primi albori e ancora nessuno aveva intuito la potenzialità esplosiva di questo format.

Le prime volte gli spettatori si trovavano lì solo casualmente, poi, in seguito, cominciarono a diventare spettatori assidui perché quelle erano occasioni da non perdere, autentiche perle rare sedimentate in un ambiente a metà strada fra la tragedia greca e lo spettacolo sportivo: un’agorà dove si celebrava non solo l’essenza dell’agonismo virile, ma anche la fantasia e la creatività lessicale di mogli e fidanzate…uno spettacolo nello spettacolo!

Provate ad immaginare un onesto padre di famiglia che si trovasse allora casualmente ad attraversare, una domenica mattina, il piazzale per andare in Pomposa o in Piazza Grande; come non farsi attrarre verso quel perimetro che delimitava non solo un campo di gioco, ma un autentico laboratorio folkloristico in cui fermentavano già gli enzimi che avrebbero poi dato vita a tutta quella serie di risse virtuali, di turpiloqui coloratissimi...antesignani e anticipatori di tutti quei futuri format televisivi che sarebbero poi seguiti negli anni a venire…solo che qui non c’era niente di fasullo, nessuna sceneggiatura, tutto vero e in presa diretta.

Questo era il frammento di ricordo appiccicato alla mia area della memoria mentre raggiungevo oggi il PalaMolza schivando transenne posizionate come trincee davanti allo stadio e bancarelle di un mercato straordinario che in realtà è ormai routinario perché non c’è domenica in cui il Parco NoviSad non sia occupato da ambulanti e imbonitori vari.

Una volta, 50 anni fa, questa era effettivamente una zona caratterizzata da una desertificazione urbana che necessitava di iniziative volte a rivitalizzare il tessuto sociale e tale poteva essere lo spettacolo di una partita di Pallamano all’aperto, qualcosa che serviva sia come polo di attrazione che come strumento di vivificazione sociale del territorio.

Mi sbilancio troppo se affermo che si è andati ben oltre quello che poteva essere l’obiettivo di allora?

Adesso come adesso, questo grande spazio all’aperto, che costituisce un centro nevralgico e che fornisce la prima immagine di Modena a un ipotetico turista, è fin troppo frequentata da un’utenza eterogenea e internazionale dove si mischiano, in una specie di suburra caotica, badanti moldave, spacciatori magrebini, ultras del calcio nostrani, vandalizzatori seriali, ambulanti marocchini, diseredati sociali e disperati annoiati che passano il tempo a metabolizzare la propria noia esistenziale fra la stazione delle corriere e le tribune del Novi Sad.

Oltre questa cortina sgangherata si continua, domenica dopo domenica a resistere nel fortino assediato del PalaMolza e a dare vita allo spettacolo sportivo di una bella gioventù che si confronta in appassionate partite dove lo sport trova finalmente un proprio spazio e una propria libera espressione.

E così anche questa domenica mattina, districandomi fra tutti gli ostacoli che, settimanalmente, la nostra amministrazione ci propina in una sorta di magico carosello creativo, riesco a raggiungere il PalaMolza dove c’è in programma una bella partita di Under 15: lo spettacolo ideale per godersi un momento di puro e semplice sport, di passione giovanile più o meno incontaminata…più o meno perché dipende sempre dai genitori al seguito e da allenatori e dirigenti sulle rispettive panchine.

La partita si è normalmente sviluppata in modo fisiologico, i nostri erano obiettivamente più forti e il risultato finale, dopo una quindicina di minuti, appariva ormai scontato, ma, altrettanto scontato non è stato il contributo del contesto ambientale, il quale è apparso decisamente oltre la linea di sopportazione di un’ordinaria "etica sportiva", tanto che a un certo punto ho preferito uscire e mischiarmi alla eterogenea e cacofonica suburra di quel disagevole universo sociale, di quel plotone di disperati che staziona perennemente fuori dal PalaMolza riconoscendomi di più nel disagio esistenziale esterno piuttosto che nel disprezzo delle regole elementari sportive ed educativo proprio da parte di alcuni di coloro che dovrebbero invece essere deputati alla garanzia delle stesse.

Ora, non è che 50 anni fa recitassimo il rosario o cantassimo messa durante le partite, il tifo, già allora, era una cosa folkloristica, come ho già avuto occasione di sottolineare, che dissacrava e non risparmiava niente e nessuno, ma era uno spettacolo che sembrava ricalcare un po’ le classiche sceneggiature di Peppone e Don Camillo, sarcasmo anche greve, ma sempre in un contesto di persone adulte e vaccinate  che si divertivano più a prendersi in giro che a urlare offese e cattiverie che non possono essere giustificate con pietosi tentativi di superamento o  occultamento dietro il solito clichet dell’agonismo…è qualcosa di diverso!

Innanzitutto qui si parla di una fascia protetta, ragazzini di 12 anni che stanno cominciando a lottare per uscire dal bozzolo dell’infanzia e delle cure parentali e non hanno certo bisogno di essere sostenuti da comportamenti antieducativi, viceversa hanno semplicemente bisogno di essere incoraggiati e sostenuti nei loro sforzi anziché offesi.

Hanno bisogno di modelli di riferimento ai quali ispirarsi che non possono certo essere quelli di chi si limita a urlare e offendere chicchessia, hanno bisogno di sentirsi accettati e facenti parte del gruppo hanno bisogno di  poter condividere gioie e sofferenze coi compagni, hanno bisogno di poter gioire delle loro prestazioni e di essere corretti nei loro errori, hanno bisogno di capire che l’avversario non è un nemico da combattere perché ha una maglia diversa, ma è semplicemente l’alter ego con cui confrontarsi e così via…un continuo vaffa non è il massimo dell’approccio educativo.

Claudio Sgarbi

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