Chissà che sarà domani

Chissà che sarà domani.

 

Il virus ha infettato anche la nostra concezione del tempo rendendoci fragili e insicuri anche sulla previsione del nostro futuro. In verità non è mai stato possibile avere il controllo di ciò che verrà, ma fino a ieri questa lacuna umana non ci aveva mai preoccupato più di tanto perché anche il futuro sembrava ingessato dalla routine della normalità quotidiana e sembrava seguire il flusso di una placida corrente mentre adesso, nell’emergenza di un futuro incerto e problematico, ci sta facendo intravedere una nuova dimensione, un nuovo modo di pensare il presente proiettandolo nell’incerto sviluppo del futuro.  Se noi possiamo creare il nostro futuro solo immaginandolo mi piacerebbe che il sogno di questi giorni non sbiadisse quando arriverà il momento in cui dovremo tornare alla quotidianità interrotta al momento della pandemia.  Arriverà il giorno in cui potremo tornare in strada e riprendere la nostra vita. Nell’attesa di quel giorno,  in questo periodo di forzato immobilismo, abbiamo avuto il tempo di riflettere e ripensare a un modello di vita interrotto e stravolto dall’emergenza coronavirus.      Questa pandemia viene considerata alla stregua di una guerra e come tutte le guerre lascerà senz’altro delle macerie: non vorrei sottovalutare il dramma, ma allo stesso tempo non posso fare a meno di rimarcare che mai come ora, questa guerra, aprirà a delle opportunità di rinascita.    Se è vero che ci ha coinvolto tutti è altrettanto vero che per molti di noi i sacrifici sono stati minimi, una reclusione forzata in casa propria che ci ha fatto apprezzare il fatto di avere una casa, di avere una famiglia, di avere del tempo da dedicare alla famiglia e a noi stessi. In questo tempo sospeso abbiamo avuto la possibilità di riconsiderare le priorità essenziali che ci definiscono come essere umani, al di là dei credi religiosi o fideistici.  Questo è quello che hanno fatto dottori , infermieri e personale medico ribaltando il clichè negativo che ultimamente era stato avvalorato nella considerazione pubblica , quasi immolandosi in una emergenza medica che ha tirato fuori il meglio  della loro essenza di esseri umani; in nessun ospedale si è guardato alla pelle, all’età, al sesso e alla cittadinanza degli ammalati, ci si è spesi in maniera eroica, per tutti e per ciascuno, dando una prova di valore umano prima ancora che di valore professionale, al contrario di certi politici che anche in questa occasione sono riusciti ad estrarre dalle loro tasche delle autentiche perle di un bestiario che speravamo di avere finalmente superato tipo “ Prima gli italiani e poi gli altri”  dicendola lunga sullo stato morale di chi l’ha pronunciata.   Ecco, quando riemergeremo, non dalla quarantena, ma dalla palude dei sentimenti e della ragione strangolata dall’imbecillità potremo cominciare a ricostruire una nuova socialità dove la solidarietà possa ridivenire un pilastro fondante del nostro essere coinquilini nel piccolo condominio del nostro mondo.  Se seguiremo l’esempio dei medici trovando in noi la forza morale di donarci agli altri, se tutti riusciremo a seguire questo esempio di rinuncia e di ricchezza etica, industriali, artigiani, lavoratori, insegnanti, studenti, impiegati, avvocati, commercialisti, preti, politici, funzionari, artisti e naviganti allora riusciremo ad abbattere il muro dell’indifferenza , riusciremo a ripartire abbassando le differenze sociali, regalando nuove opportunità e dignità ai diseredati della terra, riusciremo ad accogliere e a valorizzare le tante differenze e diversità, trasformandole in ricchezza e risorsa umana.      Noi possiamo  creare un mondo diverso solo se crediamo che possa esistere un mondo diverso; se, viceversa dovessimo tornare ad utilizzare i vecchi strumenti, a rinchiuderci nei vecchi stereotipi e a nasconderci dietro ad ingiusti privilegi  come se niente fosse accaduto, allora sarà stato tutto inutile, il sogno si dissolverà e questa unica occasione di rinascita umanistica verrà spalmata su una ritrovata indifferenza fino alla prossima pandemia o alla prossima guerra.

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