Lo sport è un diritto

Lo sport è un diritto di tutti.

 

 Basterebbe fare un giro nelle squadre giovanili di qualsiasi disciplina per vedere con i propri occhi il modello di quello che dovrebbe essere, a mio avviso, lo specchio della società di domani: ragazze e ragazzi che non si pongono il problema di differenze di colore della pelle, di provenienza culturale o di credo religioso, ma che semplicemente collaborano per realizzare un obiettivo comune: un gol, un canestro, una meta, una schiacciata….e soprattutto per vivere insieme un’esperienza sociale formativa e di amicizia.

 Ecco perché è definitivamente arrivato il momento di proporre un'azione, trasversale alle forze politiche, tesa a colmare un vulnus: l'inserimento della parola "sport" nella nostra Costituzione per determinare e sostenere un diritto, capace di dialogare in maniera necessaria con altri due diritti, quello alla salute e quello all'istruzione.

Sarebbe una vera rivoluzione culturale perché innescherebbe rovesciamenti di paradigmi che fino ad oggi hanno pesantemente condizionato la cultura sportiva nel nostro paese riducendolo ad un patchwork formato da impianti fatiscenti, malcucito e malridotto da esperienze fallimentari e tenuto insieme solo dalla passione dei tanti volontari che vi si dedicano. Purtroppo la via intrapresa da decenni è quella del business e degli eventi che portano soldi e ricavi, con i grandi gruppi finanziari che dettano regole e condizioni alle proprietà che poi a loro volta non riescono più a sopravvivere sommerse loro stesse dall’emergenza covid e dai conti in rosso; è un modello che ha fatto bancarotta nonostante gli eclatanti risultati sportivi ottenuti ultimamente nelle competizioni internazionali.

In tutto questo brilla per assenza una politica culturale istituzionale che abbia la visione di un progetto, ma soprattutto la sensibilità e il coraggio di scendere in campo per affrontare radicalmente un problema che si tende a minimizzare e marginalizzare, quello da cui tutto si diparte, lo sport di base, la libertà e il diritto di accesso: “se vuoi conoscere il livello di civiltà di un Paese, misura tre cose: il diritto alla salute, il diritto all’istruzione e il diritto allo sport”.       Lo sport business è un’altra cosa!

Lo sport post-pandemico, soprattutto quello di base, non potrà più contare esclusivamente su investimenti privati e sul denaro delle famiglie, come successo negli ultimi 75 anni. Servirà un cambio di paradigma, in grado di innescarsi soltanto se il nostro Paese riconoscerà lo sport come un bene essenziale, perché oltre al valore intangibile (inclusione, appunto, rispetto, socializzazione, prevenzione) mai come oggi è chiaro il valore tangibile, misurabile, oggettivabile, per esempio nel settore della salute.” (M: Berruto)


Devono cambiare le condizioni. Le nostre scuole e le nostre città devono far parte di un ecosistema che attragga, favorisca, sostenga la cultura del movimento garantendo un diritto allo sport da esercitare in modo accessibile, economico, democratico che passa attraverso la reimpostazione degli spazi urbani e la dignità della disciplina sportiva nella scuola, in particolare nella scuola primaria.

Il tema è trasversale, non partitico: il diritto costituzionale allo sport, così come alla salute e all’istruzione, è la strada maestra per costruire un modello nuovo di cultura del movimento. Servono politiche pubbliche per garantire questo diritto: non deve ricadere tutto sull’associazionismo e sulle famiglie, cioè sui privati. E la scuola non può più chiamarsi fuori arroccandosi su una sorta di aristocrazia meritocratica dell’intelletto e relegando la materia in una sottocategoria di specie, mortificando più o meno consapevolmente ogni anelito di vera cultura sportiva.

Nella Costituzione Francese tale diritto è sancito e garantito non solo nelle parole ma negli investimenti: per ogni euro investito nello sport di base è stato calcolato un ritorno di 8 euro risparmiati nella sanità pubblica. Lo sport è pubblico e sorretto massicciamente dallo stato perché ogni tipo di report evidenzia che non si tratta di assistenzialismo, ma di investimento. L’Italia è l’unico paese europeo in cui la materia educazione fisica nelle scuole elementari non trova spazio se non in progetti più o meno tampone affidati in modo saltuario a qualche istituzione volonterosa presente sul territorio.

Tutto questo è emerso nella bella trasmissione di Iacona su Rai 3 del lunedì sera: tutte cose che gli addetti ai lavori conoscono da sempre, ma per una volta portati all’attenzione del grande pubblico e non solo allo sfogo occasionale fuori dagli spogliatoi.

Speriamo e impegniamoci tutti affinché la diffusione pandemica della conoscenza del problema porti alla sperimentazione di un vaccino salvifico.

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