Senza tetto, ma non senza diritti!

Senza tetto, ma non senza diritti.

 

Questa è la narrazione di una storia che merita di essere letta senza pregiudizi perché è una storia vera, una storia di speranza che parte da molto lontano, ma anche una storia di disperazione e di sconforto, una storia di rabbia e di ingiustizia, di coraggio e resistenza.

Come diceva già Sant’Agostino “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle."

 C'era una volta, cinquanta anni fa, un gruppo di amici che, un po’ per scherzo, un po’ sul serio, si misero in testa di provare a giocare ad un gioco diverso, un po’ strano, un po’ nuovo, ma tanto divertente, la Pallamano...comincia così la favola della Pallamano a Modena! Era il 1970: in quei tempi pionieristici si giocava nei piazzali delle chiese, nei parcheggi, sulle piste di pattinaggio, condizioni atmosferiche permettendo…eravamo agli albori e ci allenavamo e giocavamo all’aperto.

Il Palazzetto dello sport di Modena di allora era il PalaMolza, un capannone costruito per la Fiera e adattato ad esigenze sportive.

Era rigorosamente riservato alla mitica Panini e alla Pallavolo Femminile, noi della Pallamano eravamo come gli indiani metropolitani, facevamo allenamento correndo nel parco e giocavamo nel piazzale antistante il Palazzetto : ci veniva concesso l’uso di uno spogliatoio e noi ci accontentavamo di sbirciare i campioni, quelli veri, che facevano allenamento dentro, ma non ci lamentavamo, anzi ci divertivamo a sbirciare di nascosto gli allenamenti delle ragazze della Real Fini e ci ritenevamo quasi dei fortunati, noi poverelli senza santi e senza padroni, a poter vivere un’esperienza sportiva che aveva il profumo del lievito che fa il buon pane.

Anno dopo anno la bella favola si arricchiva di spessore e cominciava a trasformarsi in qualche cosa di più rispetto a una esperienza estemporanea a metà strada fra la goliardia e i sogni di una nuova generazione…era ormai una esperienza sportiva vera frutto di una passione esistenziale, un po' pionieristica, ma sempre più avviata a consolidarsi come sport sia a livello nazionale che locale. Erano gli anni pionieristici della nostra prima Serie A.

Cominciavano a crescere anche le nostre ambizioni e di pari passo la consapevolezza di essere considerati figli di un dio minore al cospetto di altri sport che potevano vantare un pedigree e un blasone di tutt’altro spessore.

Proprio in quegli anni la Pallavolo modenese, reduce dai successi nazionali e internazionali, si conquistò il diritto di un nuovo impianto sportivo più adeguato alle esigenze di un club di così alto livello, ed emigrò nell’attuale tempio della Pallavolo modenese, il nuovo Palazzetto dello Sport modenese, il PalaPanini.

Si aprì cosi per noi la possibilità di metterci al coperto e di utilizzare il Palamolza come impianto di allenamento e di gioco.

Una chance per uscire dal limbo sociale in cui eravamo ormai confinati e di trovare finalmente la nostra collocazione in un contesto sportivo che ci consentiva visibilità e dignità; il Palamolza aprìva le sue porte ufficialmente alla pallamano modenese diventando a tutti gli effetti il campo e la sede di riferimento…e furono anni in cui vedemmo crescere la pallamano modenese, fino a sfiorare il titolo italiano e il Palamolza vide tanti ragazzi crescere fra le proprie mura e diventare protagonisti nazionali della Pallamano italiana.

Fu solo verso il 2000 che la Federazione impose le misure minime (40x20) per il campo di gioco della massima serie (serie A) e poiché noi allora eravamo trionfalmente rientrati in serie A cominciammo a chiedere alla nostra amministrazione e alla nostra politica l’adeguamento del PalalMolza e fu proprio allora che ci rendemmo conto che a Modena non esisteva nessun altro impianto sportivo rispondente ai requisiti federali.

Per questo motivo fummo costretti a cercare un impianto sportivo che ci potesse accogliere fuori Modena, fuori da quelle mura cittadine divenute ormai troppo strette ed inospitali, malgrado il paradosso che in quegli anni ci fregiassimo orgogliosamente, ma illecitamente, del titolo di “Città dello Sport”.

Non ci fu un solo Assessore dello Sport, dei tanti che gravitarono in quegli anni nella giunta politica cittadina, che riuscì o volle avere un moto di insofferenza o di amor proprio della propria funzione, di fronte all’indifferenza politica spalmata in modo così evidente e plateale. Quella volta ci venne tolto un diritto fondamentale che segna un confine riconoscibile come “diritto alla residenza sportiva” e fummo costretti a trovare ospitalità a Reggio Emilia.

 Dopo qualche anno tornammo a Modena, non eravamo più nella elité della Pallamano; ancora una volta ripartimmo dall’inizio, da una serie C che poteva giocare sul vecchio impianto del Palamolza, sebbene solo con deroga federale, che ogni anno veniva rinnovata dietro promessa di adeguamento e riqualificazione, si perché ormai non era più una questione di misure, ma di semplice e pura fatiscenza che richiamava vistosamente il problema della sicurezza.

Piano piano, si ricrearono le condizioni del 2000, i ragazzi crescevano, le squadre anche, aumentava di pari passo la qualità tecnica e fu così che le energie dei giovani modenesi si finalizzarono verso il raggiungimento, ancora una volta, del traguardo della serie A.

Questa volta, però, un nuovo assessore e un nuovo sindaco, si fecero carico del problema, trovarono risorse e finanziamenti per riqualificare il vecchio Palamolza e riportarlo alla sua storica funzione, di culla dello sport modenese.

Potrebbe apparire come una storia a lieto fine, ma così non è!

Così non è perché occorre del tempo per demolire e rifare e i tempi tecnici per il rifacimento e per la riqualificazione del Palamolza, secondo un’antica e consolidata consuetudine relativa ai lavori pubblici, rischiano di fare estinguere la resistenza della pallamano modenese che ormai da quasi tre anni è finita per strada e a cui, ancora una volta è stato negato il diritto di cittadinanza e residenza sportiva.

In ogni caso eravamo noi ad avere sollecitato tale passaggio per mettere a norma tutte le condizioni e i requisiti di sicurezza e di regolamentazione federale ed eravamo fiduciosi nei riguardi delle istituzioni politiche competenti perché ritenevamo fosse interesse comune la riqualificazione di un immobile che entrava a fare parte attiva nel tessuto sportivo modenese e sanava inoltre due vulnus evidenti dell’amministrazione stessa ovvero quello di riqualificare una zona in grave fatiscenza proprio all’ingresso di Modena fornendo un’immagine degradata e non dignitosa, nido di microcriminalità e di degrado del tessuto urbano e nello stesso tempo di fornire una “casa” all’unico sport di eccellenza rimasto senza dimora.

Senz’altro le intenzioni di tutti erano in buona fede, ma di fatto ci siamo trovati a traghettare in una situazione lesiva dei nostri diritti sportivi.

Gli accordi con l’amministrazione erano basati sul presupposto che l’Amministrazione stessa si sarebbe data da fare per fornirci un impianto alternativo provvisorio per poter continuare a disputare campionati e allenamenti ed inoltre avrebbe anche dovuto intervenire economicamente per bilanciare la non fruizione del Palamolza e il relativo danno economico causato dalla voce spesa dedicata all’affitto impianti sportivi.

Una volta venuto a mancare il diritto di domicilio ci siamo trovati invece a dover emigrare su impianti non adeguati, ospiti altrui, discriminati sia sul piano tecnico che economico, impossibilitati a svolgere allenamenti e tantomeno partite ufficiali.

L’unico aiuto concreto, e questa si che è una favola a lieto fine, ci è stato fornito da quelli che fino a poco tempo prima erano stati nostri irriducibili avversari in campo, il Nonantola e il Rubiera. Abbiamo dovuto reinventarci e adattarci, il pulmino societario è diventato il magazzino materiale, le case degli allenatori sedi distaccate, ufficio Presidente e Ufficio comunicazione;  quasi in una sorta di nemesi storica siamo tornati a giocare in condizioni approssimative in palestre scolastiche, in campi all’aperto….mancavano solo gli androni e  i sottoscala.

Dei numerosi e famosi impianti comunali della “Modena Capitale dello Sport” non ce ne è stato assegnato neanche mezzo, abbiamo dovuto arrangiarci in convenzioni private con Polisportive e andiamo in campo il sabato e la domenica solo grazie alla solidarietà e alla condivisione della società sportiva del Rapid Nonantola.

Contemporaneamente vediamo passarelle di politici, funzionari e amministratori che sfilano davanti a telecamere amiche in convegni ed eventi, in piazze e teatri per parlare di quanto sono bravi, di inclusione e di integrazione, di solidarietà, di giustizia e di valori sportivi mentre noi fuori al freddo cerchiamo di farci bastare un cerino per scaldarci le mani o tuttalpiù mettiamo una monetina nel BabboNatale ballerino per fare divertire i nostri ragazzi.

Ci viene detto che non ci sono fondi, che sono tempi difficili, che le  casse sono vuote…sarà anche vero, ma noi non chiediamo l’elemosina chiediamo l’applicazione del nostro inviolabile diritto di cittadinanza sportiva.

Almeno risparmiateci la passarella autocelebretativa e le promesse; il PalaMolza prima o poi riaprirà comunque e se noi della pallamano non ci saremo più perché estinti dal grande gelo istituzionale ci sarà senz’altro qualcun altro che interpreterà e porterà avanti quei valori sportivi nei quali continuiamo a credere e lo stesso avverrà per voi.

Si perché anche Voi non ci sarete più e ci sarà qualcun altro al vostro posto…se migliore o peggiore non so dirvelo perché non ho la sfera di cristallo, ma vi invito ad osservare quale segno, quale impronta state lasciando nella storia dello sport modenese.   

        Buon Natale a tutti

                               Al Babbo Natale Ballerino

                                            E a Gesù Bambino

 

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